itzh-TWenfrdeptrues

VISITE AL CASTELLO DI GAETA ORARI 2019

🏰 Castello Angioino, ex carcere militare, aperto tutti i sabato e domenica e tutti i giorni dal 21 dicembre al 6 gennaio tranne il 25 e 1 gennaio.

🏛️ ingressi
10 – 17
🚶‍♂️🚶‍♀️ con partenza ogni mezz'ora

💵 Biglietti
👉 gruppi superiori alle 15 persone, 5 €
👉 ingressi singoli, 10 € a persona;
👉 gratuita per disabili e bambini sotto i 12 anni;
👉 da 13 a 18 anni costo ridotto di 5 €;

ℹ️ Per info e prenotazioni
📨 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
☎️ 3533403233

 

72841186_2472597489527916_7072251767030808576_n.jpg

Caieta in un passo di Stazio

papinio-stazio.jpg

A consultare l’indice dei nomi dell’intera opera di Publio Papinio Stazio, il poeta latino fiorito sotto i Flavii (seconda metà del I sec. d. C.), invano si cercherà Caieta (e Caietanus, presente in tutta la latinità classica, solo in Giulio Paride, epitome I 4, 6 in villa Caietana – quella in cui Cicerone fu ucciso dai sicari di Marco Antonio -, e, come nome proprio di persona, in Marziale VIII 37, 1 e 4). Ugualmente infruttuosa riuscirà la ricerca di una qualsiasi allusione a Caieta a una lettura integrale della Tebaide e dell’Achilleide (circa 11.000 versi): la materia stessa – la guerra fratricida per il regno di Tebe dei due figli maschi di Edipo, e l’epopea del Pelide, troncata peraltro, come in un simbolico naufragio, nel bel mezzo della navigazione dell’eroe da Sciro a Troia – e l’ambientazione orientale (a cui, unitamente a Medea, soggiace anche Circe in Tebaide IV 550-551 qualis … / Colchis et Aeaeo simulatrix litore Circe) di questi due poemi non favorivano certo un tal riferimento. Ma Stazio, oltre che epico, è anche poeta lirico, autore delle Selve, una raccolta di carmi in metro vario e di diversa estensione (32 in tutto, divisi in 5 libri, ma l’opera ci è giunta incompleta), composti occasionalmente, ognuno nel breve volgere di uno o due giorni allo scopo dichiarato di conservare a un tal genere di poesia, di stile più tenue, la fresca attualità dell’ispirazione estemporanea. Proprio in uno di questi carmi, come si sperava, troviamo un elegante riferimento circumlocutivo, tanto erudito quanto evidente, a Caieta; ciò avviene nella terza selva del libro I (un centinaio di esametri), in cui il poeta descrive, celebrandone le meraviglie e lo sfarzo, la villa tiburtina del «facondo» e «coltissimo» Publio Manilio Vopisco, un poeta e letterato (e, come sembra dalla prefazione di questo libro, anche filologo) del tempo: è tale la magnificenza di questa villa che dinanzi ad essa dovrebbero farsi da parte, con tutte le altre che Vopisco possedeva, anche le ville sul basso litorale tirrenico – dal Circeo a Terracina, giù giù fino a Gaeta -, dove egli era solito svernare: vv. 85-88: cedant vitreae iuga perfida Circes, / Dulichiis ululata lupis arcesque superbae / Anxuris et sedes Phrygio quas mitis alumno / debet anus: «ceda il perfido promontorio della vitrea Circe, sul quale echeggiò l’ululato dei lupi che furon compagni dell’eroe dulichio, e cedano vinte le rocche superbe di Anxur e la sede che la buona vecchia deve al suo alunno frigio» (la traduzione, come le successive di Stazio, è di A. Traglia – G. Aricò, Torino UTET, 1980); per vitreae … Circes cfr. Orazio, Odi I 17, 20; ma nel passo di Stazio, a nostro vedere, i due epiteti andrebbero mentalmente scambiati tra loro, alludendo vitreae più propriamente alla translucidità [dell’acque] del Circeo, e perfida all’arti malefiche della maliarda, capace di trasformare i compagni di Ulisse in lupi [in porci in Omero, Od. X 233 ss. e Ovidio, met. XIV 273ss.]). Con Phrygio … alumno a v. 88 (come con Iliaco … marito a selve III 1, 74) si indica per l’appunto Enea, mentre la vecchia che gli deve la sede è, come si ricava dallo stesso alumno, la sua nutrice, quella Caieta che lo seguì da Troia fino in Italia, per dare «eterna fama» al lido su cui morì ed ebbe sepoltura (Virgilio, Eneide VII 1-4). Come in Tebaide XI 664 (tristes sine sedibus umbrae) sedes è giusto usato qui, da solo, nel senso virgiliano (Eneide VI 152, 328 …) di sedes quietae, vale a dire «tomba» (Tebaide XI 569 nec sedes umquam meriture quietas): per tale eufemistica pregnanza di sedes rimane nell’ombra l’immagine del tumulus (Ovidio, met. XV 716 quam tumulavit alumnus) che, messa in rilievo, avrebbe disturbato l’idea dell’amenità del luogo che si vuol suscitare. Così debet, rovesciando la prospettiva a parte Caietae (era piuttosto Enea che per naturale obbligo d’affetto doveva il sepolcro alla cara nutrice), fa risaltare ancor più la rinomata pietas dell’eroe, espressamente richiamata da Ovidio nell’epitimbio di Caieta, che s’immagina dettato dalla stessa Aeneia nutrix, in met. XIV 443-444: hic me Caietam notae pietatis alumnus / ereptam Argolico, quo debuit, igne cremavit: «qui giaccio io, Caieta. Salvatami dalle fiamme degli Argivi, il mio figlioccio famoso per la sua devozione, qui mi ha cremato con le fiamme dovute» (trad. di P. Bernardini Marzolla, Torino Einaudi, 1979). Ma il particolare che, suggestivamente, contribuisce efficacia rappresentativa al solenne quadro d’insieme è mitis, formalmente – e convenzionalmente, considerato che la mitezza è un tratto caratteristico dei vecchi: Ovidio, fasti V 64 nomen … aetatis mite senatus habet – attribuito ad anus, nel senso di «dolce d’animo», ma concettualmente più efficace se riferito alla dolcezza del clima rivierasco del ridente sito; lo scambio d’attribuzione, con la conseguente anfibologia di mitis, è giustappunto agevolato dall’identificazione del luogo col personaggio eponimo: cfr. l’omologo passo di selve IV 8, 7-8 dilecta … miti / terra Dicaearcho (trattasi di Pozzuoli, terra cara al “mite” suo fondatore), dove «miti contains a double entendre: it describes mild personality … and also denotes an equable climate» (K. M. Coleman, Statius. Silvae IV, Oxford 1988, p. 211, che però non cita il nostro passo). Sarà interessante conoscere, allora, che cosa Stazio intendesse esattamente per mitis detto di una località; ce ne dà idea lo stesso poeta parlando, nella selva quinta del libro III, della sua terra d’origine, che «non è la barbara Tracia, né la Libia» - perennemente gelida l’una e torrida l’altra -, sì bene «la mite Partenope», una dimora (sedes), questa di Napoli, il cui clima (vv. 83-84) et mollis hiems et frigida temperat aestas, / quas imbelle fretum torpentibus adluit undis: «è temperato, con tiepidi inverni e fresche estati, un mare tranquillo la lambisce con le sue languide onde». Ma Stazio, proseguendo, aggiunge ancora: pax secura locis et desidis otia vitae / et numquam turbata quies somnique peracti: «regna in questa zona una pace serena, l’ozio di una vita di riposo e la quiete non subiscono turbamenti e si dormono lunghi sonni»; una notazione, questa, che, estesa con le precedenti alla «mite Gaeta», potrebbe invitare, oggidì, a una polemica che in questa sede, ovviamente, sarebbe fuori luogo.

* "Caieta in un passo di Stazio" è una nota filologica inedita che accende una nuova luce sulle origini del nome di Gaeta.

L'autore

Salvatore Marruzzino (Aversa 1949) è docente universitario in Lingua e Letteratura Latina presso l'Università Federico II di Napoli. Vive da anni a Gaeta di cui è grande appassionato.

Il castello di Gaeta

Il castello Angioino-Aragonese è situato nel centro storico di Gaeta. È attualmente sede, nella sua parte Aragonese, della caserma Mazzini della Scuola nautica della Guardia di Finanza, all'interno della quale si trova la Compagnia Allievi Finanzieri di mare.

Nella sua parte Angioina è invece sede dell'Universita' degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale.

L'edificio probabilmente venne eretto nel VI secolo durante la guerra dei Goti o nel VII secolo quando le zone marittime del Lazio e della Campania erano oggetto delle mire espansive dei Longobardi. Nei documenti gaetani di quel periodo ci si inizia a riferire a Gaeta con l'appellativo di "Kastrum". Notizie certe dell'esistenza del castello di Gaeta si hanno al tempo di Federico II di Svevia, il quale durante il periodo delle lotte col papato, soggiornò in diverse occasioni in Gaeta, e, intuendone la posizione strategica, nel 1223 vi fece fortificare il castello.

La struttura che oggi ammiriamo, grande circa 14.100 m², è detta castello angioino-aragonese perché è composta da due edifici comunicanti realizzati in due momenti storici diversi, uno più in basso detto "angioino", realizzato durante il governo dei sovrani di origine angioina, l'altro più in alto detto "aragonese", fatto costruire dai sovrani del regno di Napoli appartenenti alla dinastia di origine aragonese. L'imperatore Carlo V fece realizzare molte altre opere di difesa militare che andarono a rafforzare poderosamente l'intera piazzaforte di Gaeta rendendola tra le più imponenti e munite d'Europa. L'ala angioina fino a pochi anni fa è stata sede del carcere militare di Gaeta, attualmente è affidata all'Università di Cassino che intende destinare in futuro tale ala del castello come sede delle facoltà universitarie di discipline marinare. L'ala aragonese fino al termine della Seconda guerra mondiale è stata sede della Scuola Allievi carabinieri, oggi invece ospita la scuola nautica della Guardia di finanza. Nella cupola della torre più alta del castello Aragonese, detta Torre di Gaeta, vi è la Cappella Reale, voluta dal re Ferdinando II di Borbone nel 1849.

Fonte Wikipedia

GaetaCastello.jpg

Il mausoleo Lucio Munazio Planco a Gaeta

Alla sommità di Monte Orlando sorge il Mausoleo di Lucio Munazio Planco edificato intorno al 22 a.C. come sepoltura monumentale del brillante generale di Cesare nato a Tivoli intorno all'86 a.C., il quale - oltre alle tante imprese e le cariche ricoperte in vita - propose per Ottaviano il titolo di “Augusto”. La tomba di forma cilindrica risulta essere tra le sepolture di tale tipologia meglio conservate dell’intera romanità. Il mausoleo, alto oltre 13 metri, presenta un paramento esterno in opera quadrata; nella parte sommitale, sotto la modanatura, è presente un fregio dorico lungo l’intera circonferenza di circa 93 metri: le metope rappresentano le gesta e le onorificenze di Planco, il quale combatte' accanto a Cesare in Gallia e nella guerra civile' e alla sua morte sostenne prima Antonio e poi passò dalla parte di Ottaviano.

Sintetizza la vita del personaggio l'epigrafe sull'ingresso: “Lucio Munazio Planco, figlio di Lucio, nipote di Lucio, pronipote di Lucio, console, censore, due volte imperatore, membro del collegio dei Settemviri Epuloni, trionfatore sui Reti, ricostruì il tempio di Saturno a Roma con le spoglie di guerra, divise le terre in Italia presso Benevento, fondò in Gallia le colonie di Lione e Basilea”. Varcato l’ingresso, la tomba mostra un corridoio anulare che collega le quattro celle dove nel tempo sono stati esposti numerosi reperti marmorei. Nella prima cella è presente una copia di statua di generale romano, da molti identificato come Planco. Il luogo doveva accogliere, in una nicchia, l'urna con i resti del console romano. L’ambiente presenta tracce di una doppia volta per accogliere sopra una cisterna. Uscendo dalla cella, proseguendo a destra, si trova il secondo ambiente, che oggi ospita una serie di capitelli di varia fattura e datazione.

Nella terza cella sono presenti, due reperti epigrafici, uno romano e uno medievale, oltre a materiale lapideo probabilmente proveniente dal mausoleo di Atratino. Nell’ultima cella si rintraccia il muro che doveva chiudere le spoglie di un defunto.

Lucio Munazio Planco

Lucio Munazio Planco (latino: Lucius Munatius Plancus; Tivoli o Atina, 90 a.C. – Gaeta, 1) è stato un militare e politico romano del periodo della Repubblica.

«Lucio Munazio Planco, figlio di Lucio, nipote di Lucio, pronipote di Lucio, console, censore, comandante militare vittorioso per due volte, uno dei Septemviri epulones, trionfatore dei Reti, costruì col suo bottino il Tempio di Saturno, divise i campi in Italia a Benevento, fondò in Gallia le colonie di Lugdunum e Raurica»

(testo scritto sulla lapide dedicatoria posta sulla porta del suo Mausoleo in Gaeta)

Nacque da una famiglia di cavalieri presso Tivoli od Atina (una delle 5 leggendarie città saturnie, fondate cioè dal Dio Saturno). Nella sua vita ricoprì diverse magistrature: console nel 42 a.C., assieme al triumviro Marco Emilio Lepido, e censore nel 22 a.C. con Lucio Emilio Lepido, che era stato Consul suffectus nel 34 a.C.

Ottenne l'imperium per due volte, fu dux, accorto uomo politico, prefetto dell'Urbe, legatus pro praetore e fondò due colonie romane: le attuali città di Lione in Francia e di Augst presso Basilea in Svizzera. Nella sua vita politica cercò di sopravvivere, riuscendovi, in tempi estremamente pericolosi cambiando le proprie alleanze secondo le circostanze.

Fu legatus al seguito di Gaio Giulio Cesare durante le campagne militari per la conquista delle Gallie e lo seguì pure durante la guerra civile, attraversando al suo fianco il fiume Rubicone. Ma fu tanto valente comandante quanto abile oratore politico: discepolo nel primo caso di Cesare e nel secondo di Marco Tullio Cicerone.

Giulio Cesare lo inviò in Spagna nel 49 a.C. insieme a Gaio Fabio, per poi raggiungerli poco dopo ed intraprendere insieme una vittoriosa campagna militare.

Nel 46 a.C. Cesare, dopo essere stato nominato dittatore decennale l'anno precedente, lo nomina praefectus urbi. L'evento è ricordato da una moneta, un aureo: al diritto è rappresentata la vittoria con la scritta C CAES DIC TER ed al rovescio una brocca con la scritta L. PLANC PRAEF. VRB.

Nel 45 a.C. Cesare gli conferisce il governo della Gallia. L'anno successivo, subito dopo l'assassinio di Cesare, Cicerone gli fece giurare fedeltà alla Repubblica. Nel 43 a.C. il Senato Romano, su proposta di Cicerone, gli affidò l'incarico di fondare una colonia nella Gallia, che prese il nome di Lugdunum, e fu proprio Planco a tracciarne i confini con un aratro, evento commemorato dalla coniazione di una moneta. Di lì a poco fondò un'altra colonia romana, Augusta Raurica, che prenderà poi il nome di Augst presso Basilea. Nel giugno dello stesso anno, una lettera scritta a mano da Lucio Munazio Planco destinato a Cicerone contribuisce a dimostrare l'esistenza del villaggio di Cularo, nelle Alpi francesi (l'odierna Grenoble).

Nel frattempo i triumviri Ottaviano, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido presero il potere a Roma e Munazio Planco si schierò dalla loro parte. I triumviri decisero di disfarsi dei loro nemici e crearono le liste di proscrizione, ossia liste contenenti i nomi di coloro che dovevano essere messi a morte, tra cui furono inseriti i nomi di Cicerone (ucciso dai sicari di Marco Antonio presso Formia), Gaio Plozio Planco (fratello di Lucio Munazio Planco) e Paolo Lepido (fratello di Emilio Lepido).

Dopo la vittoria di Filippi a Lucio Munazio Planco venne affidato il compito di espropriare le terre di Benevento per darle in premio ai veterani. Nel 36 a.C. si trovò al fianco di Marco Antonio nella campagna militare contro i Parti, che ebbe un esito disastroso per i Romani, e si ritirò ad Alessandria d'Egitto. Di lì a qualche mese gli venne affidato l'incarico di governatore della Siria.

L'amicizia che legava Lucio Munazio Planco e Marco Antonio era grande, ma le continue pretese di Cleopatra la stavano incrinando, e Lucio Munazio Planco iniziò a credere che Marco Antonio non stesse più facendo gli interessi di Roma ma quelli di Cleopatra e, seguito dai suoi fedeli seguaci, partì alla volta di Roma; giunto nella capitale, riferì a Ottaviano che Marco Antonio era diventato succube di Cleopatra e lo informò del suo testamento in favore della regina egizia. Ottaviano capì che con quel testamento in mano avrebbe vinto le ultime perplessità del Senato Romano per portare una guerra in terra d'Egitto contro Marco Antonio, e, sapendo che era custodito presso le Vestali, se ne impossessò e lo lesse in Senato.

Nel suo testamento Marco Antonio disponeva che alcune terre dei domini romani fossero assegnati ai figli di Cleopatra e che le sue spoglie fossero consegnate alla regina egizia per provvedere alla sua sepoltura in Alessandria d'Egitto. Così il Senato Romano autorizzò Ottaviano a muovere guerra contro Marco Antonio, terminata con la vittoria di Ottaviano ad Azio nel 31 a.C. Nell'anno 27 a.C., durante una discussione in Senato a proposito di quale appellativo dare ad Ottaviano per onorarlo, fu Lucio Munazio Planco a proporre il titolo di Augustus, in seguito assunto da tutti i successori di Ottaviano. Afflitto da mali e stanco di sopportarli, si uccise.

Lucio Munazio Planco amò tanto Gaeta da possedere nel suo territorio una splendida villa di cui restano solo dei ruderi e da volervi essere sepolto in un grande mausoleo, posto in cima al Monte Orlando e molto ben conservato. Al suo interno è presente una copia della statua del cosiddetto "generale di Tivoli", perché trovata nel santuario tiburtino di Ercole Vincitore, che si crede voglia raffigurare proprio Munazio Planco.

Nelle città di Gaeta, Frosinone, Tivoli e Benevento una via è a lui intitolata, mentre ad Atina è il corso a portare il suo nome.

mausoleo5.jpg

 

Fonte I tesori dell'Arte, Wikipedia.

Visite al castello 2020

71218663_483588985558842_2118020387097804800_n.jpg

Il castello Angioino-Aragonese è situato nel centro storico di Gaeta.

L'edificio probabilmente venne eretto nel VI secolo durante la guerra dei Goti o nel VII secolo quando le zone marittime del Lazio e della Campania erano oggetto delle mire espansive dei Longobardi. Nei documenti gaetani di quel periodo ci si inizia a riferire a Gaeta con l'appellativo di "Kastrum". Notizie certe dell'esistenza del castello di Gaeta si hanno al tempo di Federico II di Svevia, il quale durante il periodo delle lotte col papato, soggiornò in diverse occasioni in Gaeta, e, intuendone la posizione strategica, nel 1223 vi fece fortificare il castello.

La struttura che oggi ammiriamo, grande circa 14.100 m², è detta castello angioino-aragonese perché è composta da due edifici comunicanti realizzati in due momenti storici diversi, uno più in basso detto "angioino", realizzato durante il governo dei sovrani di origine angioina, l'altro più in alto detto "aragonese", fatto costruire dai sovrani del regno di Napoli appartenenti alla dinastia di origine aragonese. L'imperatore Carlo V fece realizzare molte altre opere di difesa militare che andarono a rafforzare poderosamente l'intera piazzaforte di Gaeta rendendola tra le più imponenti e munite d'Europa. L'ala angioina fino a pochi anni fa è stata sede del carcere militare di Gaeta, attualmente è affidata all'Università di Cassino che intende destinare in futuro tale ala del castello come sede delle facoltà universitarie di discipline marinare. L'ala aragonese fino al termine della Seconda guerra mondiale è stata sede della Scuola Allievi carabinieri, oggi invece ospita la scuola nautica della Guardia di finanza. Nella cupola della torre più alta del castello Aragonese, detta Torre di Gaeta, vi è la Cappella Reale, voluta dal re Ferdinando II di Borbone nel 1849.

Fonte Wikipedia