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Gaeta, dal mito alla storia

A partire dall'VIII secolo a.C., numerosi gruppi appartenenti alle popolazioni Ausoniche o Aurunche, insediatisi nel territorio compreso tra Terracina e la foce del fiume Volturno, si spostano dalle città di Mintrunae e Formiae (città fondate dalle medesime tribù), e si stanziano nel territorio di Gaeta. Il baricentro della tribù può essere indicato nella piana di Arzano, alle falde del monte di Conca, nelle prossimità di sorgenti. L’economia locale è prevalentemente basata sull'agricoltura e sulla pastorizia, la popolazione autoctona, pertanto, è poco incline alle arti belliche. Vivono in pace per parecchi secoli fino a quando vengono in contatto con i romani. Stando a quanto Livio consegna alla posterità nel suo capolavoro annalistico, Ab Urbe condita[1], l’incontro e lo scontro tra le due popolazioni avviene non prima del 505 a.C.. 
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Sono questi, infatti, gli anni in cui la romanità si avvia a riformare il processo politico monarchico a vantaggio della Res Publica.
Tale crasi interculturale si conclude, come era ovvio che fosse, con l’affermazione espansionistica romana. A testimonianza di ciò restano i numeri dei morti e dei prigionieri di guerra, ridotti “barbaramente” in schiavitù.
Il “terminus ad quem” in cui gli Aurunci vengono integrati nella comunità romana è, stando sempre a fonti storiche, il 338 a.C.
Nel 321 a.C., in seguito allo sviluppo della societas romana, è costruita per volontà del console Appio Claudio Cieco, la Regina Longarum Viarum, importante iter di congiunzione tra Porta Capena e Brindisi (scalo dell'Oriente) passando per Terracina Formia e Capua. La via Appia, nel tratto che congiunge Napoli al Lazio meridionale, soppianta l’antica Via Greca, costruita dai Cumani ben cinque secoli prima della fondazione di Roma utilizzata per congiungere Minturno, Formia, Itri, Sperlonga nonché Anxurre (Terracina). Dal punto di vista geografico-territoriale la via Appia estromette dal suo percorso la marittima colonia greca di Gaeta. Per almeno duecento anni circa l’interesse di Roma verso il promontorio gaetano è alquanto limitato. A tal fine possiamo infatti citare la totale assenza di monumenti o rinvenimenti archeologici di epoca romana databili prima del IV secolo a. C. Soltanto verso la fine del primo secolo a. C. assistiamo ad una attenzione alto-aristocratica per il territorio gaetano così come ne testimoniano i rinvenimenti archeologici presso diverse aree: Gneo Fonteo (presso l’odierna spiaggia di Fontana), Marco Tullio Cicerone (presso l’odierna spiaggia di Vindicio), Lucio Munazio Planco (presso Mont’Orlando) e Lucio Atratino (presso il colle di Cuostile). Immediatamente, nel giro di poco più di un cinquantennio Gaeta si trasforma in un luogo di villeggiatura per i romani abbienti. Le villae, quasi sempre costruite in opus reticulatum, abbelliscono e adornano il litorale e la presenza di diffusi mausolei dona alla città un aspetto bifronte tra l’eros e il thanathos.
Il mausoleo di Lucio Munazio Planco[2] non solo domina la realtà urbana ma strizza l’occhio all'intero golfo omonimo. Più in basso sul ciglio dell’altura antistante il Montesecco di Serapo domina il meno fortunato mausoleo di Atratino, nei secoli trasformato dai contadini in mulino... e ancora più a valle, il celebre tributo costruito per raccogliere le spoglie dell’oratore Marco Tullio Cicerone (peraltro non inumato in sede a motivo di contrasti politici con il secondo triumvirato).
Sorgono sempre in quest’epoca templi dedicati al dio Apollo e a Giove Serapide, presso la futura spiaggia di Serapo.
Nonostante ciò assistiamo ad un insediamento del territorio da parte romana che non portò però alla fondazione di una città vera e propria. Persino il porto, definito da Cicerone come celeberrimum et plenissimum navium[3], è adoperato quasi esclusivamente come rifugio delle navi in transito, in navigazione verso il porto ostiense. Per trovare un insediamento abbastanza consistente del territorio gaetano, dobbiamo attendere verso la fine del sesto secolo (586 – 594, discesa dei Longobardi) e l’ottavo secolo (682 – 698, movimento espansionistico islamico). Proprio in quegli anni, i popoli residenti nella pianura del Garigliano (Minturno, Sessa Aurunca, Formia), nonché le popolazioni dell’immensa piana di Fondi, si spostano verso l’inospitale arida punta della penisola Gaetana. Soltanto allora, in quel fazzoletto di terra ai piedi di una verdeggiante collina, territorio proteso sul mare, collegato al resto della penisola da una lingua di terra, si insediano popolazioni che danno vita ad un fiorente e potente territorio che in pochi anni avrà come bacino di influenza di una vastissima regione compresa tra le montagne aurunche ed il mare, tra il Garigliano e i promontori di Terracina, un’estensione pari a 40 Km circa[4].
Il porto di Gaeta diventa, proprio in quegli anni caratterizzati dallo scontro di due potenze, quale quella bizantina e quella araba, punto nevralgico per il controllo del territorio. Sul finire del settimo secolo, il porto non è solo un semplice attracco per le navi della flotta imperiale, bensì diventa anche base navale d’importante valore strategico-militare per il controllo e il dominio del mar Tirreno. Secondo Strabone Gaeta trasse il suo nome da kaiatas o Kaietas ‹‹terra spaccata dal terremoto››, quindi cavità[5].
In effetti, i movimenti sismico-tellurici provocati da una delle tante eruzioni del Vesuvio, causarono la spaccatura della roccia di Monte Orlando. Questo promontorio (350 metri circa) per la parte estrema occidentale, è caratterizzato da una serie di fenditure verticali (tre per la precisione), che proseguono fino ad inabissarsi nelle profondità marine.
Secondo un’interpretazione di natura più religiosa, queste spaccature si formarono in seguito al movimento tellurico provocato dalla morte del Cristo, e le tre fenditure simboleggiano la Trinità. Legata alla Montagna spaccata, sede del Santuario della SS. Trinità, abbiamo inoltre altre vicende ed avvenimenti storici spiegati talvolta con criteri scientifici talvolta affidati alla fede e/o alla religiosità dei credenti: è il caso della cosiddetta “Mano del Turco”[6].
In relazione all'insediamento urbano è suggestiva l’origine mitologica che fa riferimento ad una citazione del grande poeta mantovano, Virgilio ‹‹Tu quoque litoribus nostris Aenejae nutrix eternam moriens famam Cajetae dedisti››[7].
Cajeta, la nutrice di Enea, avendo seguito nel suo viaggio verso il Lazio, l’eroe d’Ilio, avrebbe trovato degna sepoltura nei nostri lidi come a vaticinare l’inizio dell’antica terra latina. All'incirca milletrecento anni più tardi il padre della letteratura italiana, nella terza cantica del suo capolavoro[8], indica nel territorio gaetano il confine a nord dell’allora regno di Napoli.
La Gaeta dantesca è situata in un territorio chiave tra due realtà politico-economiche quali il Lazio pontificio di Bonifacio VIII e la Campania partenopea contesa tra gli Angiò e la casa di Aragona. La città sorge in un territorio di contatto, cerniera d’incontro tra due realtà politico-economiche di notevole interesse storico, il Lazio e la Campania.
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Secondo altri studiosi, invece, la città originariamente si chiamava Aeta in onore di Aetes, padre della celeberrima e sfortunatissima Medea[9].
Nel secolo VII la città di Gaeta, è protagonista di uno sviluppo notevole; fortezza-rifugio nei momenti più difficili, centro economico e commerciale del vastissimo territorio che si affaccia sull'omonimo golfo e delle zone interne fino alla grande piana di Fondi. Gaeta diventa la città degli scambi commerciali tra il nord (Roma) e il Sud (Napoli); città di mercanti, linfa vitale del territorio tra il Tirreno e gli Aurunci. A sud di Gaeta i Longobardi, si erano stanziati nei territori antistanti il centro economico di Capua, e con essa, presso il nodo stradale di congiuntura tra la via Campana e la via Appia. L’antico nucleo abitativo insediatosi nel Castrum Caietanum, diventa, proprio in quegli anni, non solo una dinamica società mercantile, ma anche un oppidum all'altezza di organizzare un’efficace milizia cittadina, che è in grado di tener lontano le truppe longobarde.
Bisogna anche tener presente che l’evoluzione delle forze militari gaetane furono favorite dalle grandi capacità e conoscenze belliche bizantine (il fuoco greco). Gaeta riveste un ruolo fondamentale nella politica territoriale bizantina; non solo come l’avamposto costiero del Lazio bizantino contro le brame espansionistiche longobarde, ma diventa soprattutto, negli anni a venire, l’estrema difesa a nord-ovest contro la dilagante forza espansionistica araba. Il governo del Castrum è tenuto da un rappresentante dell’Impero Bizantino, un tribunus militum nominato dal duca di Napoli. Durante i secoli, tanto la posizione geografica, quanto le mire espansionistiche delle popolazioni circonvicine fanno di Gaeta una terra di cerniera tra le opposte realtà politiche allora contingenti. Di fondamentale importanza è tutto l’alto medioevo, periodo nel quale la storia di Gaeta conosce momenti di gloria e di instabilità, non forieri di turbamenti e decadimenti. Nell'849 durante la battaglia di Ostia I Saraceni vengono sconfitti dalle flotte di Napoli, Amalfi e Gaeta tra loro alleati. E’ evidente che la piccola cittadina entra quindi a far parte della realtà repubblicana marittima accanto alla potente Napoli e alla “prepotenza” espansionistica della flotta di Flavio Gioia. Gaeta si dà quindi un ordinamento politico ed economico quale quello espresso sulle tavole giuridiche del Codex Diplomaticus Caietanus, un elenco minuzioso delle attività commerciali, marittime ed artigianali di quel tempo. Che il Codex abbia avuto una sua incidenza nella vita della città costiera lo testimonia il rapido sviluppo politico e sociale della stessa cittadina che, nel giro di pochissimi anni, tende a dilagare la sua potenza tanto verso il nord pontificio quanto verso il sud campano e le isole pontine. A tal fine, quasi a vaticinio dell’età ducale, la potenza mercantile gaetana si dà una nuova moneta, onde dominare il mercato territoriale. E’ la nascente forza del Ducato gaetano quella che fa di una moneta di rame, peraltro di poco valore, una valuta di fondamentale valore economico: il Follaro.
Nella prima metà del IX secolo, il tribuno da onorevole figura della forza militare autoctona, tribunus militum, assume un volto nuovo prettamente civile quale quello dell'ipato, duce o doge della realtà politica nostrana (capo del ducato Gaetano).
Nella seconda metà del X secolo comparirà in sostituzione del titolo bizantino di Ipato il titolo latino di Consul.
L’ipato aveva il supremo potere amministrativo e giudiziario (assistito da una curia di scrivani e notai, in primo tempo formata da chierici e sacerdoti). L’invasione dei Longobardi nella seconda metà de VI secolo e quella dei Saraceni nel IX secolo, pongono alla città di Gaeta la necessità di provvedere da se alla propria difesa, consolidando sempre più il proprio organismo civile e militare; giungendo ad una conseguente ed inevitabile autonomia. Gli anni compresi tra il 732 e il 780, fine del Regnum Longobardorum, schiacciato dalla potenza Franca, la nascita del potere temporale dei Papi, riduzione notevole della presenza bizantina nel territorio italico; si fece sempre più pressante e spaventosa l’invadenza araba.
Gaeta vive pienamente gli sviluppi e le conseguenze di ciò che avviene a carattere extra-nazionale, ma soprattutto vive in questo contesto la maturazione del suo profilo politico-istituzionale e diventa quindi una delle più importanti basi operative contro la pirateria saracena nel Tirreno. La rivolta anticonoclastica (scoppiata tra Roma e Ravenna), induce l’imperatore Leone III a preservare la sua base navale; la città è così staccata dal Latium e, compreso anche il suo Patrimonium Caietanum, aggregata al ducato di Napoli e al Tema di Sicilia.
Mentre ha inizio la travolgente avanzata musulmana, nuovi organismi si propongono sulla scena politica territoriale.
Nascono le prime forze locali, conseguenza di un affievolito potere centrale, protagoniste delle vicende storiche del futuro.
Nel giro di un paio di decenni cambia completamente la geo-politica del Meridione d’Italia e non solo.
La crisi dei poteri tradizionali e centrali, l’invasione saracena dell’Italia meridionale, contribuiscono alla nascita di poteri e di organismi politici indipendenti. Scomparsi quasi completamente i bizantini, Napoli, Amalfi e Gaeta diventano l’ultimo baluardo del Tirreno. Mentre nell'entroterra infuria la battaglia tra Beneventani e Salernitani, che lascia campo libero alle scorrerie di bande saracene; attorno alla figura dell’Hypatos, (carica istituzionale-politico sempre più locale che non bizantina) si stringono compatte le gerarchie religiose comprese nel vasto territorio tra Sperlonga e il Garigliano.
Nonostante l’anima cristiana Gaeta si allea, e scende a compromessi, con la potenza araba tentando così di osteggiare l’espansionismo del pontefice Giovanni VIII. Di conseguenza la ragion di stato raggiunge il tacito accordo dell’enfiteusi, attraverso la quale si opta per una maggiore centralizzazione della forza bellica cajetana a svantaggio degli odiati musulmani.
Così il Papa concede a Gaeta, il territorio di Fondi e Traetto (915). E’ il 939 quando si procede al passaggio decisivo della carica istituzionale del duca (hypatos) gaetano. I duchi di Gaeta abbandonano definitivamente il titolo di hypatos e si dichiararono duchi per grazia divina: Omnis Potestas a Deo.
Di conseguenza nelle carte posteriori a quel periodo compare l’espressione “gratia domini duces suprascripti civitatis”[10].
Nel 1032 Gaeta è conquistata da Pandolfo IV, principe di Capua e, da questo momento in poi, la città diventa ormai un ducato conteso da diverse dinastie longobarde e da vari pretendenti locali di origine normanna; solo nel 1062 la città cade nelle mani dei principi normanni di Capua. A motivo di questi mutamenti i responsabili del ducato Gaetano furono eletti con l’approvazione dei principi capuani e la città del Golfo diviene patrimonio feudale in concessione vassallatica.
Tra gli ultimi duchi compaiono i Normanni della famiglia Ridello (1068-1105), Riccardo e Andrea dell’Aquila (1105-1113) ed i duchi di Cerignola (1113-1114). Proprio grazie all'indebolimento degli ultimi duchi (longobardi e normanni), si sviluppano quegli ordinamenti amministrativi che portano alla definitiva formazione del comune. Alcuni cittadini di Gaeta compaiono in documenti con funzioni non ben definite ma tali da mostrare che essi pur godevano di qualche autorità, per cui il titolo di boni homines, di cui si fregiavano, andava ad aggiungersi a quello delle cariche ordinarie sia nelle funzioni giuridiche sia in quelle politiche.
Nel corso dell’XI secolo il processo di formazione del comune va praticamente accentrandosi. Lo Iudex acquista più poteri e da assistente al tribunale ducale si trasforma in giudice, indipendente e supremo, della città con il potere di emettere le sue sentenze con i “boni homines”[11]
Essi hanno vari incarichi: rappresentano i loro cittadini davanti al signore normanno, emanano ordinamenti civici e stipulano, senza alcuna intromissione del consul et dux civitatis Caietae (di origine normanna), accordi riguardanti la sicurezza del commercio e la navigazione con altri signori, con comuni e singoli mercanti[12].
Oltre all’autorità dei consoli e del giudice vi è anche quella del Consilium i cui membri sono detti viri sapientes atti a coadiuvare i consoli ed il giudice negli affari di politica sia interna che estera. Durante il ducato di Riccardo III di Caleno si trova per la prima volta, la definizione di comune nella forma giuridica latina: in toto Comune Gaietano populo[13].
La potenza normanna travolge tutte le autonomie e le resistenze locali; nella battaglia della Civita del 1053 Roberto d’Altavilla (il Guiscardo) tenta la realizzazione dell’idea politica d’unificazione dell’Italia Meridionale. L’incoronazione a Palermo di Ruggero II come re di Sicilia e di Puglia nel 1136, segna ormai la fine del ducato gaetano[14].
Il Regno Normanno è senza dubbio una delle creazioni più singolari della storia del Medioevo: governato da sovrani di origine nordica e di madre lingua francese, formato dall’unione interculturale di popoli diversi per religione, stirpe e per costumi (latini, longobardi, arabi, greci ed ebrei). Elementi feudali cristiani, greci ed arabi coesistono insieme senza che alcuna forma d’intolleranza vada a ledere la pacifica convivenza reciproca. Un esempio di questa fortunata formula politica è riscontrabile nelle costruzioni architettoniche normanne. Lo stile normanno-moresco (elementi cristiani, come basiliche o campanili, sono ricoperti da ornamenti di gusto moresco-arabeggiante o da mosaici scintillanti tipici dell’arte bizantina) è “figlio” di questa eccellente fusione culturale. Nel 1191 il matrimonio di Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II, re di Sicilia e Puglia, con Enrico VI di Svevia, figlio di Federico I Barbarossa, segna un punto di svolta cruciale per la storia del Mezzoggiorno.
Il giovane imperatore dava immediatamente prova d’astuzia e singolare genialità. Malgrado l’opposizione interna era particolarmente forte, Enrico VI riesce nel suo intento politico[15].
Nonostante l’incredibile strapotere militare svevo, nel Mezzogiorno le forze più cospicue si schierano al fianco di Tancredi il figlio naturale del re. Nel 1191 il re Tancredi conferma alla città di Gaeta tutti i privilegi di cui già godeva, compreso il diritto di pace e di guerra in premio della sua antica fedeltà, cui aggiunge inoltre la facoltà: di eleggere i consoli senza licenza della corte regia, di coniare moneta, di poter trattare le cause civili nella corte di Gaeta e “quelle penali nella corte di Palermo”[16].
A tutto ciò concede i privilegi sul commercio e donò all'Universitas Cajeta i castelli di Itri e di Maranola.
Il secolo XIII è caratterizzato tra lo scontro, spesso non solo retorico, tra le due potenza dell’epoca: quella imperiale e quella Pontificia. Scoppiato il conflitto tra Federico II e papa Gregorio IX, Gaeta si arrende alle forze pontificie che nel 1229 assediano la città e che ne demoliscono in parte, il castello. Riappacificatosi con il Pontefice, Federico II torna in possesso di Gaeta e la priva, per punirla della sua infedeltà, del consolato e dei privilegi, compreso il diritto di coniare la moneta.
Nel 1261 Innocenzo IV offre a Carlo d’Angiò la corona di Sicilia[17].
Fratello del re di Francia S. Luigi IX, dotato di limitate capacità e qualità politiche, aveva promesso al Pontefice di sollevare Manfredi dal Regno di Sicilia e di gestirlo come feudo della Chiesa[18].
Sconfitto definitivamente Manfredi nella battaglia di Benevento (1266) Carlo d’Angiò, incoronato a S. Pietro da Clemente IV nel 1266, diventa il nuovo padrone del Mezzogiorno e trasferisce la sede della capitale da Palermo a Napoli. Il 20 febbraio 1266 entra con il suo esercito a Gaeta dove è accolto dal popolo festante e, a coronazione del suo successo, politico-militare, è proclamato re. Gaeta, roccaforte guelfa, acquisisce una funzione di grande rilievo: armare la flotta (facoltà questa alquanto vantaggiosa perché la città disponeva di un cantiere navale molto efficiente e di grandi dimensioni).
La struttura della popolazione locale, costituita da una società mercantile, ricca, colta e intraprendente contribuisce a fare la differenza, tanto che la dinastia angioina comincia a trarre da Gaeta elementi preziosi per la burocrazia locale nonché per quella provinciale e centrale. Carlo I, che considera Gaeta città fidata, fa erigere altre fortificazioni, ampliando e procedendo, solo successivamente al restauro del Castello Svevo[19].
La struttura politica angioina entrerà, ben presto, in conflittualità con la struttura sociale del precedente regno svevo-normanno. Sintomo di questa crisi, primo campanello d’allarme e segnale di un malcontento popolare sempre più diffuso, è la rivolta siciliana, passata alla storia, come Vespri Siciliani.
Per oltre vent'anni la guerra intestina al regno angioino continuò ad infuriare logorando lentamente le forze francesi[20].
Dopo il 1435 Gaeta cambia la linea politica passando sotto il governo e la giurisdizione degli Aragonesi. Alfonso I d’Aragona, proclamato re dal papa, rimane a Gaeta fino il 1442, costruisce una nuova ala del castello munendo esso di più alte torre. Il castello, una volta terminati i lavori, diviene la dimora dello stesso re. Questi anni di cambiamento, furono, per la città, anni davvero difficili. Il decennio compreso tra il 1494 e il 1504 rappresenta un periodo storico caratterizzato dall'altalenarsi, nel territorio italico, di due potenze, due realtà politiche: allora dominanti quella francese e quella spagnola. La prima, conquista la Penisola stabilendosi nella valle del Po e a Genova; la seconda si insedia nel Mezzogiorno.
Gaeta ne esce, com'è ovvio, disfatta e disabitata. La città assume, proprio in questi anni, un carattere di roccaforte munita di possenti cinte murarie e di inespugnabili bastioni, struttura difensiva accentuata dal dominio francese prima e, da quello spagnolo poi (Carlo d’Angiò e Alfonso d’Aragona). Nel 1440, l’anno precedente al famoso Certame Coronario (anno dell’ufficializzazione della lingua italiana nell'agone letterario internazionale), Alfonso d’Aragona le dona di un possente castello che domina il borgo medievale[21].
Nel 1442 a causa della tremenda peste sviluppatasi in Napoli nel mese di aprile, la regina Giovanna II ed il re Alfonso d’Aragona, (Alfonso V d’Aragona re di Sicilia, nel 1420 fu adottato di Giovanna II), con le rispettive corti si ritirarono a Gaeta.
Costoro rimangono in questa sede fino al settembre dello stesso anno, fino a quando cioè i pericoli della peste non sono più in agguato. Frattanto la regina Giovanna II non soddisfatta dal comportamento di Alfonso, in quanto venuto meno ad un patto riguardante la disposizione delle forze spagnole nel territorio campano, adotta Luigi III d’Angiò, alleato del Duca di Milano, Filippo Visconti. Ne consegue una lotta tra i due candidati al trono, fiancheggiati dai due maggiori condottieri del tempo; Muzio Attendolo Sforza per gli Angioini e Braccio da Montone per gli Aragonesi[22].
Nel 1435, la scomparsa sia di Giovanna che di Luigi, quest’ultimo insediatosi peraltro sul trono napoletano come legittimo successore di Giovanna, nel 1424, permette ad Alfonso di rivendicare diritti sul trono partenopeo, contrapponendosi quindi a Renato, fratello di Luigi. Alfonso, sapendo della momentanea impossibilità di riconquistare Napoli, sede sicura di Renato, sostenuto anche dal Pontefice, ritiene opportuno riappropriarsi della fortezza gaetana e quindi il 24 novembre del 1435, Don Pedro, fratello di Alfonso, dopo averla espugnata, vi entra in trionfo. Alfonso raggiungerà a Gaeta il germano il 2 febbraio del 1436. In quel periodo, Alfonso I d’Aragona effettua un secondo ampliamento del lato sud del castello. Nonostante tutto, le cose sembrano mettersi male per il sovrano aragonese che, sconfitto dai genovesi presso l’isola di Ponza, è catturato, fatto prigioniero e consegnato al duca di Milano Filippo Maria Visconti, alleato di Renato d’Angiò. Quello che accade, durante la sua permanenza forzata presso la corte milanese, fu un autentico colpo di scena: l’astuto re spagnolo non solo riuscì a convincere il duca a concedergli la libertà, ma addirittura, fu capace di stringere con il milanese un patto d’alleanza, patto d’amicizia che durerà per tutto il quindicesimo secoli anche quando ai Visconti subentreranno gli Sforza[23].
Anche forte del sostegno milanese, nel 1442 riesce ad impossessarsi di Napoli. L’ingresso di Alfonso nella città partenopea (26 febbraio 1443), immortalato dall'arco di trionfo del Maschio angioino, sancisce la ricostruzione dell’unità dell’antico Regno Normanno–Svevo di Sicilia. Nel 1495, Carlo VIII di Valois, erede della corona di Napoli per concessione di Renato d’Angiò, scende in Italia, prende possesso della fortezza di Gaeta, e marcia in direzione di Napoli, dove né Alfonso II d’Aragona, né il figlio di questi, Ferdinando II, riescono ad ostacolarlo; come è comprensibile la situazione non è tranquilla. Gaeta prima, Napoli poi si ribellano e chiamano sul trono Ferdinando II, da poco rifugiatosi in Sicilia. Il re aragonese invia allora il capitano Consalvo de Cordoba[24] a rimettere ordine nel territorio di sua appartenenza, con il compito, una volta scacciati i francesi, di insediare sul trono, lo zio Federigo. Sedata la ribellione nel regno, gli Angioini, si rifugiano, come ultimo baluardo, nelle città di Taranto e di Gaeta. Quest’ultima, assediata dall'8 settembre fino al 18 novembre del 1496, data della sua capitolazione, torna in mano spagnola. Seguono quindi gli anni caratterizzati da contatti diplomatici tra le due potenze; quali ad esempio l’accordo di Granada dell’11 novembre del 1500. I francesi s’impossessarono della parte del Tirreno, compresa Gaeta, mentre gli spagnoli dell’Adriatico e dello Ionio. L’accordo non durò a lungo e i contrasti tra le due case regnanti terminano con la celebre Disfida di Barletta, 13 febbraio 1503. Con la battaglia di Cerignola, del 28 d’aprile dello stesso anno, Ferdinando il Cattolico, torna in possesso delle sue terre, eccezion fatta per la fortezza di Gaeta, sempre in mano francese.
Nell'anno 1504, il gran capitano Consalvo, dopo lunghi scontri nella piana del Garigliano, entra nuovamente, a Gaeta: è il 3 gennaio del 1504. Nel 1507, il re Ferdinando II il Cattolico parte da Napoli per la Spagna e durante il suo tragitto si ferma a Gaeta. Sbarcato sulla riva di Serapo, accolto dal gran capitano Consalvo, ordina il restauro dell’imponente castello, ed espande il porticciolo di S. Erasmo (nel borgo medievale). Nel 1527, Carlo V, nipote di Ferdinando il Cattolico e Massimiliano d’Austria, (eredita tra i tanti stati oltre al suo dominio iniziale delle Fiandre, la corona spagnola, con le dipendenze italiane ed americane, veniva a raccogliere anche il Regno di Napoli ed i domini Asburgici dell’Austria) è eletto imperatore anche grazie al fondamentale appoggio della banca tedesco-fiamminga dei Fugger[25].
Fortificata ulteriormente da Carlo V; “Gaeta tra le fortezze d’Europa, dopo Malta e Gibilterra, è la prima per la posizione che assegnò la natura. Dove non ha la roccia a picco elevata, essa è riparata da mura”[26].
Il 22 giugno del 1571, la flotta pontificia, composta da 14 galee comandate da Marcantonio Colonna, proveniente da Civitavecchia, approda a Gaeta per unirsi alle forze confederate contro i Turchi. Il giorno seguente parte per il memorabile scontro di Lepanto[27].
Il duca Giovanni d’Austria, capitano della lega cristiana contro i turchi, ritornando vittorioso dalla battaglia nel golfo greco, deposita presso il Vescovato di Gaeta, lo stendardo affidatogli dal Papa Pio V[28].
Nel 1806, sotto l’attacco delle truppe francesi, agli ordini del generale Messena, Gaeta, capitola dopo circa sei mesi di resistenza. Sono gli anni del dilagare della potenza francese. Nel 1806, vittorioso sulla terza coalizione, Napoleone conquista Napoli e insedia sul trono prima il fratello Giuseppe Bonaparte e in seguito Gioacchino Murat.
Tra il 1806 e il 1815 l'autorità di Ferdinando di Borbone è limitata alla sola Sicilia. Avversato da una gran parte dei sudditi per il suo atteggiamento fortemente antiliberale, Ferdinando I, per un breve periodo di tempo, lascia il governo al figlio Francesco I (1812-1814). Dopo la restaurazione imposta dal congresso di Vienna alla caduta di Napoleone, Ferdinando I fa ritorno a Napoli (1815) e riunificati i suoi domini ripristina il regno delle Due Sicilie. Con l'aiuto dell'esercito austriaco riesce a reprimere varie sollevazioni popolari. Nel 1815 le truppe anglo-austriache investono Gaeta difesa da truppe napoleoniche al comando del generale Alessandro Begani[29].
Rientrato il governo legittimo dei Borbone, Ferdinando I concede uno Statuto Costituzionale ai suoi popoli.
Nel biennio 1848-1849 la rivoluzione italiana costrinse alla fuga da Roma il sovrano Pontefice Pio IX che, travestito da semplice prete, si reca a Gaeta dove sarà ospitato per ben nove mesi. Le idee liberali unitarie però facevano il loro cammino e nell'anno 1860 il re Francesco II di Borbone, dopo aver ridato ai suoi popoli lo Statuto Costituzionale concesso dal padre, revocato per motivi di sicurezza, si ritira a Gaeta con la sua famiglia. Le truppe piemontesi, sotto il comando del tenente generale Cialdini, stringono d’assedio la città; il giorno 13 febbraio del 1861 Gaeta capitola e si arrende. Nel giorno seguente il re Francesco II di Borbone lascia Gaeta imbarcandosi con la famiglia sull'imperiale vaporetto francese, La Muette[30].
La bandiera del Regno Borbonico sventola per l’ultima volta sui domini del golfo e sui baluardi dell’antica fortezza di Gaeta.
Dopo pochi giorni, il re d’Italia Vittorio Emanuele II di Savoia, si reca far visita alla valorosa città-fortezza che, dal febbraio dello stesso anno, entra a far parte del nascente Regno.
 
[1]  P. CORBO – M. CORBO, Gaeta - la storia,Tra Bisanzio e Roma, vol. I, 1985
[2]   E’ un monumento sepolcrale, costruito intorno il 22 a.C.. Dal corpo cilindrico, esternamente ricoperto da grandi blocchi di pietra, mentre le pareti interne composte da opus reticulatum, alto circa 11 metri.
[3]  P. CORBO – M. CORBO, Gaeta - la storia,Tra Bisanzio e Roma, vol. I, 1985
[4]  P. CORBO – M. CORBO, Gaeta - la storia,Tra Bisanzio e Roma, vol. I, 1985
[5]  Onorato Gaetani d’Aragona– Memorie Storiche della città di Gaeta–Stabilimento tipo-litografico della Minerva, Caserta 1885
[6] Sulla roccia della parete si può notare, ancora oggi, l’impronta di una mano, nota come l’impronta della “Mano del Turco”. Secondo una legenda, un’infedele, dubitando dell’origine della spaccatura, in segno di sfida poggiò la mano sulla parete rocciosa e si accorse che la mano affondava lentamente nella roccia. Ved. FOTO “Mano del Turco” 
[7] VIRGILIO, Eneide, VII, 1-2 
[8]  DANTE, Paradiso, VIII 61-63
[9]  Onorato Gaetani d’Aragona– Memorie Storiche della città di Gaeta–Stabilimento tipo-litografico della Minerva, Caserta 1885 
[10]   Codex Diplomaticus Cajetanus, I, doc. n. XLI, an. 939
[11]  Codex Diplomaticus Cajetanus, pars. I, nn 117, 140, 162
[12]  Codex Diplomaticus Cajetanus, pars. II, n 302, 308, 318, 319, 323, 325, 331, 332
[13]  Codex Diplomaticus Cajetanus, pars. II, n. 301
[14]  Dopo lunghi secoli di dominazioni orientali , bizantine e musulmane, anni caratterizzati da
lunghe lotte intestine, il Mezzogiorno d’Italia otteneva finalmente un assetto unitario; che
avrebbe dovuto durare quasi inalterato nel corso dei secoli fino al secolo XIX.
[15]   Enrico VI tentò d’unire, giungendo ad accordi col Papa ed i principi tedeschi, i territori
dell’Italia Meridionale con quelli tedeschi.
[16]  L. Chinappi – Cronotassi dei Vescovi, Biblioteca Centro Culturale, Gaeta 1997
[17]  Il Pontefice si avvale del diritto d’investitura del Regno siciliano per contrapporre al sovrano
svevo, Manfredi, un sovrano avversario a questi. Infatti la rottura tra il Pontefice e Manfredi fu
frutto di continue minacce espansionistiche da parte di quest’ultimo nei confronti dei territori
soggetti all'autorità papale.
[18]  G. SPINI – Disegno storico della Civiltà – Vol. I, Cremonese-Roma, 1963
[19]  P. CORBO – M. CORBO, Gaeta - la storia,Tra Bisanzio e Roma, vol. III, 1985
[20] La crisi del sistema politico francese nel Mezzogiorno è causa, soprattutto, del sistema
feudale importato dalla Francia; sistema politico che fu motivo di un fatale indebolimento della
corona a vantaggio dei suoi vassalli.
 
[21]  Costruito su un’area di 14 mila mq., è costituito da un corpo più alto a figura rettangolare, con tre torri cilindriche, castello aragonese; e da un corpo inferiore, a figura irregolare composto da tre torrioni, castello angioino. Stabilirne le origini è alquanto arduo, è sicuro, comunque che una costruzione di difesa può risalire all’ VII secolo. Successivamente, nel corso dei secoli, fu ampliato da Federico II di Svevia (1227), fu ampliato da Carlo d’Angiò (1289), da Alfonso I d’Aragona (1436), e da Carlo V (1536) che lo munì di un fossato di protezione. Ved. FOTO “Castello Agitino-Aragonese”
[22]  G. Vitolo, Corso di Storia,. Galasso, Bompiani, Milano, 1996
[23]  G. Vitolo, Corso di Storia,.diretto da Giuseppe Galasso, Bompiani, Milano, 1996,
 
[24]   Onorato Gaetani d’Aragona – Memorie Storiche della città di Gaeta –
Stabilimento tipo-litografico della Minerva, Caserta 1885
[25]  G. SPINI – Disegno storico della Civiltà – Vol. II, Cremonese-Roma, 1963
[26]  T. SALZILLO, 1860-61 L’assedio di Gaeta, Controcorrente Edizioni 2000
[27]b  Lepanto dal nome dell'Acarnania-Etolia, porto sullo stretto tra il golfo di Patrasso e il golfo
di Corinto
[28]  Giovanni d'Austria (Ratisbona 1547 - Namur 1578), generale spagnolo, figlio
dell’imperatore Carlo V.
[29]  Onorato Gaetani d’Aragona – Memorie Storiche della città di Gaeta –
Stabilimento tipo-litografico della Minerva, Caserta 1885
[30]   Onorato Gaetani d’Aragona – Memorie Storiche della città di Gaeta –
Stabilimento tipo-litografico della Minerva, Caserta 1885
 
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👉 ingressi singoli, 10 € a persona;
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ℹ️ Per info e prenotazioni
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Il mausoleo Lucio Munazio Planco a Gaeta

Alla sommità di Monte Orlando sorge il Mausoleo di Lucio Munazio Planco edificato intorno al 22 a.C. come sepoltura monumentale del brillante generale di Cesare nato a Tivoli intorno all'86 a.C., il quale - oltre alle tante imprese e le cariche ricoperte in vita - propose per Ottaviano il titolo di “Augusto”. La tomba di forma cilindrica risulta essere tra le sepolture di tale tipologia meglio conservate dell’intera romanità. Il mausoleo, alto oltre 13 metri, presenta un paramento esterno in opera quadrata; nella parte sommitale, sotto la modanatura, è presente un fregio dorico lungo l’intera circonferenza di circa 93 metri: le metope rappresentano le gesta e le onorificenze di Planco, il quale combatte' accanto a Cesare in Gallia e nella guerra civile' e alla sua morte sostenne prima Antonio e poi passò dalla parte di Ottaviano.

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Sintetizza la vita del personaggio l'epigrafe sull'ingresso: “Lucio Munazio Planco, figlio di Lucio, nipote di Lucio, pronipote di Lucio, console, censore, due volte imperatore, membro del collegio dei Settemviri Epuloni, trionfatore sui Reti, ricostruì il tempio di Saturno a Roma con le spoglie di guerra, divise le terre in Italia presso Benevento, fondò in Gallia le colonie di Lione e Basilea”. Varcato l’ingresso, la tomba mostra un corridoio anulare che collega le quattro celle dove nel tempo sono stati esposti numerosi reperti marmorei. Nella prima cella è presente una copia di statua di generale romano, da molti identificato come Planco. Il luogo doveva accogliere, in una nicchia, l'urna con i resti del console romano. L’ambiente presenta tracce di una doppia volta per accogliere sopra una cisterna. Uscendo dalla cella, proseguendo a destra, si trova il secondo ambiente, che oggi ospita una serie di capitelli di varia fattura e datazione.

Nella terza cella sono presenti, due reperti epigrafici, uno romano e uno medievale, oltre a materiale lapideo probabilmente proveniente dal mausoleo di Atratino. Nell’ultima cella si rintraccia il muro che doveva chiudere le spoglie di un defunto.

Lucio Munazio Planco

Lucio Munazio Planco (latino: Lucius Munatius Plancus; Tivoli o Atina, 90 a.C. – Gaeta, 1) è stato un militare e politico romano del periodo della Repubblica.

«Lucio Munazio Planco, figlio di Lucio, nipote di Lucio, pronipote di Lucio, console, censore, comandante militare vittorioso per due volte, uno dei Septemviri epulones, trionfatore dei Reti, costruì col suo bottino il Tempio di Saturno, divise i campi in Italia a Benevento, fondò in Gallia le colonie di Lugdunum e Raurica»

(testo scritto sulla lapide dedicatoria posta sulla porta del suo Mausoleo in Gaeta)

Nacque da una famiglia di cavalieri presso Tivoli od Atina (una delle 5 leggendarie città saturnie, fondate cioè dal Dio Saturno). Nella sua vita ricoprì diverse magistrature: console nel 42 a.C., assieme al triumviro Marco Emilio Lepido, e censore nel 22 a.C. con Lucio Emilio Lepido, che era stato Consul suffectus nel 34 a.C.

Ottenne l'imperium per due volte, fu dux, accorto uomo politico, prefetto dell'Urbe, legatus pro praetore e fondò due colonie romane: le attuali città di Lione in Francia e di Augst presso Basilea in Svizzera. Nella sua vita politica cercò di sopravvivere, riuscendovi, in tempi estremamente pericolosi cambiando le proprie alleanze secondo le circostanze.

Fu legatus al seguito di Gaio Giulio Cesare durante le campagne militari per la conquista delle Gallie e lo seguì pure durante la guerra civile, attraversando al suo fianco il fiume Rubicone. Ma fu tanto valente comandante quanto abile oratore politico: discepolo nel primo caso di Cesare e nel secondo di Marco Tullio Cicerone.

Giulio Cesare lo inviò in Spagna nel 49 a.C. insieme a Gaio Fabio, per poi raggiungerli poco dopo ed intraprendere insieme una vittoriosa campagna militare.

Nel 46 a.C. Cesare, dopo essere stato nominato dittatore decennale l'anno precedente, lo nomina praefectus urbi. L'evento è ricordato da una moneta, un aureo: al diritto è rappresentata la vittoria con la scritta C CAES DIC TER ed al rovescio una brocca con la scritta L. PLANC PRAEF. VRB.

Nel 45 a.C. Cesare gli conferisce il governo della Gallia. L'anno successivo, subito dopo l'assassinio di Cesare, Cicerone gli fece giurare fedeltà alla Repubblica. Nel 43 a.C. il Senato Romano, su proposta di Cicerone, gli affidò l'incarico di fondare una colonia nella Gallia, che prese il nome di Lugdunum, e fu proprio Planco a tracciarne i confini con un aratro, evento commemorato dalla coniazione di una moneta. Di lì a poco fondò un'altra colonia romana, Augusta Raurica, che prenderà poi il nome di Augst presso Basilea. Nel giugno dello stesso anno, una lettera scritta a mano da Lucio Munazio Planco destinato a Cicerone contribuisce a dimostrare l'esistenza del villaggio di Cularo, nelle Alpi francesi (l'odierna Grenoble).

Nel frattempo i triumviri Ottaviano, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido presero il potere a Roma e Munazio Planco si schierò dalla loro parte. I triumviri decisero di disfarsi dei loro nemici e crearono le liste di proscrizione, ossia liste contenenti i nomi di coloro che dovevano essere messi a morte, tra cui furono inseriti i nomi di Cicerone (ucciso dai sicari di Marco Antonio presso Formia), Gaio Plozio Planco (fratello di Lucio Munazio Planco) e Paolo Lepido (fratello di Emilio Lepido).

Dopo la vittoria di Filippi a Lucio Munazio Planco venne affidato il compito di espropriare le terre di Benevento per darle in premio ai veterani. Nel 36 a.C. si trovò al fianco di Marco Antonio nella campagna militare contro i Parti, che ebbe un esito disastroso per i Romani, e si ritirò ad Alessandria d'Egitto. Di lì a qualche mese gli venne affidato l'incarico di governatore della Siria.

L'amicizia che legava Lucio Munazio Planco e Marco Antonio era grande, ma le continue pretese di Cleopatra la stavano incrinando, e Lucio Munazio Planco iniziò a credere che Marco Antonio non stesse più facendo gli interessi di Roma ma quelli di Cleopatra e, seguito dai suoi fedeli seguaci, partì alla volta di Roma; giunto nella capitale, riferì a Ottaviano che Marco Antonio era diventato succube di Cleopatra e lo informò del suo testamento in favore della regina egizia. Ottaviano capì che con quel testamento in mano avrebbe vinto le ultime perplessità del Senato Romano per portare una guerra in terra d'Egitto contro Marco Antonio, e, sapendo che era custodito presso le Vestali, se ne impossessò e lo lesse in Senato.

Nel suo testamento Marco Antonio disponeva che alcune terre dei domini romani fossero assegnati ai figli di Cleopatra e che le sue spoglie fossero consegnate alla regina egizia per provvedere alla sua sepoltura in Alessandria d'Egitto. Così il Senato Romano autorizzò Ottaviano a muovere guerra contro Marco Antonio, terminata con la vittoria di Ottaviano ad Azio nel 31 a.C. Nell'anno 27 a.C., durante una discussione in Senato a proposito di quale appellativo dare ad Ottaviano per onorarlo, fu Lucio Munazio Planco a proporre il titolo di Augustus, in seguito assunto da tutti i successori di Ottaviano. Afflitto da mali e stanco di sopportarli, si uccise.

Lucio Munazio Planco amò tanto Gaeta da possedere nel suo territorio una splendida villa di cui restano solo dei ruderi e da volervi essere sepolto in un grande mausoleo, posto in cima al Monte Orlando e molto ben conservato. Al suo interno è presente una copia della statua del cosiddetto "generale di Tivoli", perché trovata nel santuario tiburtino di Ercole Vincitore, che si crede voglia raffigurare proprio Munazio Planco.

Nelle città di Gaeta, Frosinone, Tivoli e Benevento una via è a lui intitolata, mentre ad Atina è il corso a portare il suo nome.

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Fonte I tesori dell'Arte, Wikipedia.

Caieta in un passo di Stazio

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A consultare l’indice dei nomi dell’intera opera di Publio Papinio Stazio, il poeta latino fiorito sotto i Flavii (seconda metà del I sec. d. C.), invano si cercherà Caieta (e Caietanus, presente in tutta la latinità classica, solo in Giulio Paride, epitome I 4, 6 in villa Caietana – quella in cui Cicerone fu ucciso dai sicari di Marco Antonio -, e, come nome proprio di persona, in Marziale VIII 37, 1 e 4). Ugualmente infruttuosa riuscirà la ricerca di una qualsiasi allusione a Caieta a una lettura integrale della Tebaide e dell’Achilleide (circa 11.000 versi): la materia stessa – la guerra fratricida per il regno di Tebe dei due figli maschi di Edipo, e l’epopea del Pelide, troncata peraltro, come in un simbolico naufragio, nel bel mezzo della navigazione dell’eroe da Sciro a Troia – e l’ambientazione orientale (a cui, unitamente a Medea, soggiace anche Circe in Tebaide IV 550-551 qualis … / Colchis et Aeaeo simulatrix litore Circe) di questi due poemi non favorivano certo un tal riferimento. Ma Stazio, oltre che epico, è anche poeta lirico, autore delle Selve, una raccolta di carmi in metro vario e di diversa estensione (32 in tutto, divisi in 5 libri, ma l’opera ci è giunta incompleta), composti occasionalmente, ognuno nel breve volgere di uno o due giorni allo scopo dichiarato di conservare a un tal genere di poesia, di stile più tenue, la fresca attualità dell’ispirazione estemporanea. Proprio in uno di questi carmi, come si sperava, troviamo un elegante riferimento circumlocutivo, tanto erudito quanto evidente, a Caieta; ciò avviene nella terza selva del libro I (un centinaio di esametri), in cui il poeta descrive, celebrandone le meraviglie e lo sfarzo, la villa tiburtina del «facondo» e «coltissimo» Publio Manilio Vopisco, un poeta e letterato (e, come sembra dalla prefazione di questo libro, anche filologo) del tempo: è tale la magnificenza di questa villa che dinanzi ad essa dovrebbero farsi da parte, con tutte le altre che Vopisco possedeva, anche le ville sul basso litorale tirrenico – dal Circeo a Terracina, giù giù fino a Gaeta -, dove egli era solito svernare: vv. 85-88: cedant vitreae iuga perfida Circes, / Dulichiis ululata lupis arcesque superbae / Anxuris et sedes Phrygio quas mitis alumno / debet anus: «ceda il perfido promontorio della vitrea Circe, sul quale echeggiò l’ululato dei lupi che furon compagni dell’eroe dulichio, e cedano vinte le rocche superbe di Anxur e la sede che la buona vecchia deve al suo alunno frigio» (la traduzione, come le successive di Stazio, è di A. Traglia – G. Aricò, Torino UTET, 1980); per vitreae … Circes cfr. Orazio, Odi I 17, 20; ma nel passo di Stazio, a nostro vedere, i due epiteti andrebbero mentalmente scambiati tra loro, alludendo vitreae più propriamente alla translucidità [dell’acque] del Circeo, e perfida all’arti malefiche della maliarda, capace di trasformare i compagni di Ulisse in lupi [in porci in Omero, Od. X 233 ss. e Ovidio, met. XIV 273ss.]). Con Phrygio … alumno a v. 88 (come con Iliaco … marito a selve III 1, 74) si indica per l’appunto Enea, mentre la vecchia che gli deve la sede è, come si ricava dallo stesso alumno, la sua nutrice, quella Caieta che lo seguì da Troia fino in Italia, per dare «eterna fama» al lido su cui morì ed ebbe sepoltura (Virgilio, Eneide VII 1-4). Come in Tebaide XI 664 (tristes sine sedibus umbrae) sedes è giusto usato qui, da solo, nel senso virgiliano (Eneide VI 152, 328 …) di sedes quietae, vale a dire «tomba» (Tebaide XI 569 nec sedes umquam meriture quietas): per tale eufemistica pregnanza di sedes rimane nell’ombra l’immagine del tumulus (Ovidio, met. XV 716 quam tumulavit alumnus) che, messa in rilievo, avrebbe disturbato l’idea dell’amenità del luogo che si vuol suscitare. Così debet, rovesciando la prospettiva a parte Caietae (era piuttosto Enea che per naturale obbligo d’affetto doveva il sepolcro alla cara nutrice), fa risaltare ancor più la rinomata pietas dell’eroe, espressamente richiamata da Ovidio nell’epitimbio di Caieta, che s’immagina dettato dalla stessa Aeneia nutrix, in met. XIV 443-444: hic me Caietam notae pietatis alumnus / ereptam Argolico, quo debuit, igne cremavit: «qui giaccio io, Caieta. Salvatami dalle fiamme degli Argivi, il mio figlioccio famoso per la sua devozione, qui mi ha cremato con le fiamme dovute» (trad. di P. Bernardini Marzolla, Torino Einaudi, 1979). Ma il particolare che, suggestivamente, contribuisce efficacia rappresentativa al solenne quadro d’insieme è mitis, formalmente – e convenzionalmente, considerato che la mitezza è un tratto caratteristico dei vecchi: Ovidio, fasti V 64 nomen … aetatis mite senatus habet – attribuito ad anus, nel senso di «dolce d’animo», ma concettualmente più efficace se riferito alla dolcezza del clima rivierasco del ridente sito; lo scambio d’attribuzione, con la conseguente anfibologia di mitis, è giustappunto agevolato dall’identificazione del luogo col personaggio eponimo: cfr. l’omologo passo di selve IV 8, 7-8 dilecta … miti / terra Dicaearcho (trattasi di Pozzuoli, terra cara al “mite” suo fondatore), dove «miti contains a double entendre: it describes mild personality … and also denotes an equable climate» (K. M. Coleman, Statius. Silvae IV, Oxford 1988, p. 211, che però non cita il nostro passo). Sarà interessante conoscere, allora, che cosa Stazio intendesse esattamente per mitis detto di una località; ce ne dà idea lo stesso poeta parlando, nella selva quinta del libro III, della sua terra d’origine, che «non è la barbara Tracia, né la Libia» - perennemente gelida l’una e torrida l’altra -, sì bene «la mite Partenope», una dimora (sedes), questa di Napoli, il cui clima (vv. 83-84) et mollis hiems et frigida temperat aestas, / quas imbelle fretum torpentibus adluit undis: «è temperato, con tiepidi inverni e fresche estati, un mare tranquillo la lambisce con le sue languide onde». Ma Stazio, proseguendo, aggiunge ancora: pax secura locis et desidis otia vitae / et numquam turbata quies somnique peracti: «regna in questa zona una pace serena, l’ozio di una vita di riposo e la quiete non subiscono turbamenti e si dormono lunghi sonni»; una notazione, questa, che, estesa con le precedenti alla «mite Gaeta», potrebbe invitare, oggidì, a una polemica che in questa sede, ovviamente, sarebbe fuori luogo.

* "Caieta in un passo di Stazio" è una nota filologica inedita che accende una nuova luce sulle origini del nome di Gaeta.

L'autore

Salvatore Marruzzino (Aversa 1949) è docente universitario in Lingua e Letteratura Latina presso l'Università Federico II di Napoli. Vive da anni a Gaeta di cui è grande appassionato.

Il castello di Gaeta

Il castello Angioino-Aragonese è situato nel centro storico di Gaeta. È attualmente sede, nella sua parte Aragonese, della caserma Mazzini della Scuola nautica della Guardia di Finanza, all'interno della quale si trova la Compagnia Allievi Finanzieri di mare.

Nella sua parte Angioina è invece sede dell'Universita' degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale.

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L'edificio probabilmente venne eretto nel VI secolo durante la guerra dei Goti o nel VII secolo quando le zone marittime del Lazio e della Campania erano oggetto delle mire espansive dei Longobardi. Nei documenti gaetani di quel periodo ci si inizia a riferire a Gaeta con l'appellativo di "Kastrum". Notizie certe dell'esistenza del castello di Gaeta si hanno al tempo di Federico II di Svevia, il quale durante il periodo delle lotte col papato, soggiornò in diverse occasioni in Gaeta, e, intuendone la posizione strategica, nel 1223 vi fece fortificare il castello.

La struttura che oggi ammiriamo, grande circa 14.100 m², è detta castello angioino-aragonese perché è composta da due edifici comunicanti realizzati in due momenti storici diversi, uno più in basso detto "angioino", realizzato durante il governo dei sovrani di origine angioina, l'altro più in alto detto "aragonese", fatto costruire dai sovrani del regno di Napoli appartenenti alla dinastia di origine aragonese. L'imperatore Carlo V fece realizzare molte altre opere di difesa militare che andarono a rafforzare poderosamente l'intera piazzaforte di Gaeta rendendola tra le più imponenti e munite d'Europa. L'ala angioina fino a pochi anni fa è stata sede del carcere militare di Gaeta, attualmente è affidata all'Università di Cassino che intende destinare in futuro tale ala del castello come sede delle facoltà universitarie di discipline marinare. L'ala aragonese fino al termine della Seconda guerra mondiale è stata sede della Scuola Allievi carabinieri, oggi invece ospita la scuola nautica della Guardia di finanza. Nella cupola della torre più alta del castello Aragonese, detta Torre di Gaeta, vi è la Cappella Reale, voluta dal re Ferdinando II di Borbone nel 1849.

Fonte Wikipedia

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